L’inferno e la neve: Winter Spartan race Valmorel 2016

Pubblicata il 25 gennaio 2016 nella categoria Resoconti

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Con la Francia ho un conto in sospeso.

Dopo un 2015 disastroso che mi ha portato un opportunità di lavoro con un gruppo francese sfumata malamente, un ex a Parigi e un infortunio al quarto km di una Spartan Beast sul suolo francese che mi ha costretto al ritiro e ad un fermo con tutore e stampelle di 2 mesi, torno a gareggiare ancora nello stato francofono.

Ci troviamo venerdì intorno all’ora di pranzo, siamo in 4 in macchina ( io Massi, Thor, Casper) più Argo che ci avrebbe raggiunto la sera in hotel.

Destinazione Valmorel, alpi fracesi, 1400 mt sul livello del mare, winter spartan race, 7+km, 15+ ostacoli.

Dopo 3 ore abbondanti di viaggio abbandoniamo l’autostrada per una strada che sale a tornanti, è stretta, guardiamo dal finestrino lo strapiombo, in alcuni punti senza protezioni, fa un po’ paura. Più saliamo e più c’è la neve.

Arriviamo a destinazione.

L’hotel è sperduto in un piccolo borgo fatto di una manciata di case in un paesino più o meno vicino a Valmorel che si trova dall’altra parte del versante.

Nell’hotel ci sono una dozzina di stanze, tutte piccole piccole, nel bagno delle stanze ci stanno a malapena il lavandino e una doccia, il water è in comune nel corridoio.

Ci mettiamo le scarpe da corsa e andiamo a testarle sulla neve.

Ho un paio di Reebok nuove tacchettate per questo genere di gara, le ho addomesticate qualche giorno prima in un corto rapido con una bella chilometrata nell’erba, sulla neve grippano e sono comode.

Il gestore dell’hotel ci chiede se vogliamo mangiare lì e che la cena è per le 20.

20.18 ci viene a bussare in camera indispettito per il forte ritardo, scendiamo a testa bassa.

Ci sediamo a tavola, annuncio con un sorrisone al signore il mio regime vegetariano.

Cala il silenzio e il panico.

Si guardano lui e la moglie con occhi rotondi, borbottano qualcosa tra di loro.

Noi zitti al tavolo.

Alla fine è un minestrone di verdure come primo e di secondo una non ben definita lasagna di gnocchetti di pasta con funghi, besciamella e speck ma solo nello strato superiore che con minuzia tolgo e travaso man mano nel piatto del mio compagno di squadra a fianco a me.

Si va a nanna, non prima di aver sperimentato la doccia nel bagno che è così stretto che faccio la contorsionista per infilarmi il pigiama.

Mi sveglio ogni 2 ore come consuetudine, ho l’ansia da gara, ho l’ansia di trovarmi davanti quei dannati muri di legno da cui sono caduta rovinosamente sulla caviglia 3 mesi e mezzo fa.

Dopo colazione la strada per Valmorel sono una 30ina di minuti.

Sono vestita con un paio di pantaloni stretti da sci da fondo neri, dei calzini da corsa, dei calzettoni impermeabili tirati sopra i pantaloni neri , la canotta della squadra nera, una termica con cappuccio, una giacca in softshell nera, guanti da ciclismo invernali neri e cappellino lanoso a righe colorate.

Valmorel è accogliente e piena di gente. La partenza è vicinissima al centro del paese, Casper (che è il più bestia) parte nella batteria d’elite alle 9.00. sono le 8.15 e ci lascia correndo verso il ritiro pettorali. Noi più tranquilli andiamo a vedere prima il campo base e poi ci avviciniamo alla coda per il pettorale.

Documento di identità. Certificato medico, liberatoria con iscrizione e scarico di responsabilità firmata.

Mi danno pettorale, chip, bracciale e via il prossimo.

Il mio compagno di squadra ha dimenticato la metà delle cose…lo mandano a prendere un foglio per lo scarico della responsabilità, gli faccio assistenza, la cosa è lunga…

Sono le 9.15 , non abbiamo ancora consegnato le borse quando in un attimo di delirio, dopo avergli legato il chip alla scarpa, con violenza e fretta gli infilo una spilla da balia del pettorale nella carne viva (giuro che non l’ho fatto apposta….)

urla, un paio di -cazzo muoviti!- depositiamo le borse e corriamo come dei pazzi verso la partenza.

Mi scoppiano i polmoni per l’ansia della gara, per l’ansia del ritardo e per la strada non proprio pianeggiante.

Passiamo sotto il muro del ring di partenza, pochi minuti, ho ancora il fiatone e il cuore a mille….

Arooooo. Si parte.

Mi rendo conto di non aver fatto partire il garmin e mentre smanetto con i tasti mi inghiotte una discesa di neve fresca dal polpaccio al ginocchio, poi una salita dritta di neve sempre freschissima che affronto a 4 zampe.

Sono già sola, tutti e 4 siamo già sparpagliati in una batteria di 200 persone. La strada piega, pochi metri di rettilineo e riparte una salita verticale di neve spumosa.

Proseguiamo tra la neve fresca e arriviamo a 3 muri, sono bassi, passo sopra, passo sotto passo sopra… si riparte a correre, la neve qui è battuta.

La strada inizia a salire, muro inclinato, scivolo, penalità : 30 burpees..

Riparto e la strada sale….

Sale e sale alternando neve fresca fino al ginocchio a neve battuta, sale a fianco delle piste da sci dove persone di ogni età sciano allegri scivolando fluidi nel senso opposto.

Sale seguendo prima un skilift e poi una seggiovia.

Sale e incontro una prova di equilibrio, sono 3 tronchi di circa 5-6 metri messi uno perpendicolare al termine dell’altro a 30 cm da terra. Sono bagnati dalla neve che si è ghiacciata sulla superficie, mi tremano le gambe per la paura di sbagliare..

Respiro.

Salgo e cammino con calma.

Metto piano ma decisa un piede dopo l’altro, respiro profondamente al ritmo dei miei piedi.

Al mio fianco gente scivola. Davanti a me altri fanno i burpees di penalità.

Terza e ultima trave, il tempo non scorre, è fermo, non sento le voci degli altri, ho la sola percezione dei miei piedi che appoggiano sulla trave e del mio baricentro stabile stringendo l’ombelico verso la schiena. Scendo vittoriosa, esulto, ho dentro gioia e sollievo.

Riparto a correre ma la strada si impenna di nuovo.

Camminiamo tutti in fila indiana affrontando la salita che non vuole mollare, la salita che a volte è sulla neve battuta della pista a volte è il fuoripista verticale e con la neve alta.

Ci danno tregua solo un altro ostacolo di equilibrio, il memory (7 cifre da ricordare,) dei coperoni di trattore da girare, il lancio della palla di neve a bersaglio e altri ostacoli che ho rimosso perché è la salita che mi batte in testa.

Salita che ci fa arrivare fino a dove la nebbia inghiotte la pista.

Salita che prosegue in una valle di nebbia e neve, salita che sono quasi 5 km per un dislivello di 590 metri secchi.

Salita che molla in un filo spinato leggermente in discesa, la neve e dura e mi riempio di lividi.

Iniziamo a scendere.

Scorgo un cumulo di neve pressata con un volontario che mi incita a prendere una bella rincorsa, a 2/3 c’è una corda che mi aspetta, mi tiro su di braccia puntando i tacchetti delle scarpe nella neve e mi catpulto dall’altra parte scendendo di chiappe. Mi rialzo e corro.

Incontro neve fresca, cammino. La caviglia è stabile ma la sento, non voglio farmi male a scendere a rotta di collo, non è ancora il momento, non sono ancora pronta, ho una maratona tra meno di 3 mesi, non posso permettermi errori.

E’ la mia prima Spartan dopo l’infortunio, ho da affrontare i demoni del fallimento e la paura della caviglia.

Con calma.

Riparte la neve battuta, corro, corro a ritmo controllato facendo attenzione a quello che pesto sotto i piedi, la neve è troppo bianca per km che mi fanno girare la testa.

Altri ostacoli, abbandoniamo le piste per un sentiero stretto scavato nella neve che sotto i piedi affonda ancora fresca.

Mi attacco ai rami per nn scivolare nelle strette curve, la strada si apre, altri ostacoli, si sente sempre più vicino la musica del punto di arrivo.

La strada scende e ci fa infilare in un tunnel, ma non è solo un tunnel, è il corso di un piccolo torrentino sotterraneo.

E’ buio, la gente urla perché non vedi chi hai davanti e dove metti i piedi. Ci sono sassi ghiacciati, ciotoli, lastre di ghiaccio, ci sono punti in cui affondi fino al petto nell’acqua, io scivolo su un sasso rotondo e ghiacciato e mi trovo gattoni con fuori dal gelido liquido solo spalle e testa.

L’abbigliamento tiene, i calzini impermeabili fanno entrare un po di acqua dall’alto, c’è una rete per risalire sulla strada dal torrente dove aspetto in coda per 5 minuti con i piedi a mollo Riparto a correre, non ho freddo, i piedi si scaldano, le mani anche, addosso sono asciutta!

Sacco in spalla e una bella salita da affrontare, mollo il sacco, mi trovo un monkey bar ma i guanti sono troppo zuppi e scivolo, c’è la corda che salto e faccio i miei burpees.

Arrivo verso il traguardo.

E’ li, inaspettato e fiero che mi aspetta, a separarmi 50 metri dal traguardo il mio demone: il muro!

Fratello minore di quello che mi ha ridotto in stampelle a ottobre, questo è solo di 3 metri ed è li il bastrado, con a fianco i miei compagni di squadra già arrivati tutti prima di me e in certi casi già cambiati, che mi fanno il tifo (sono l’unica donna e anche la più lenta).

Mi blocco, lo guardo. Ho nella testa, nelle gambe e nelle braccia oltre 9Km di inferno ghiacciato.

Massi salta la staccionata rientrando in gara e mi aiuta a salire, ma è la discesa che spaventa di più…

Thor mi prende al volo dall’altra parte rientrando anche lui in gara.

Corro, salto il fuoco, il suono del rilevamento finale del cip precede la medaglia al collo.

Questa volta la medaglia ha l’elmo spartano bucato. E’ bellissima.

Al ristoro vedo delle tinozze calde da cui pescano un liquido… sono un miscuglio proteico al cioccolato…niente vin brulè… che tristezza.

Ci cambiamo in una stanza al caldo, niente docce, poi pappa e meritata birra.

Si torna in Italia.

Enjoy.

Alice

3 pensieri su “L’inferno e la neve: Winter Spartan race Valmorel 2016

  1. Crema ha detto:

    Brava Alice, sappi però che una piccola Spartan la facciamo anche noi che leggiamo l’articolo.

  2. zio ha detto:

    Mi hai fatto venir voglia di fare una gara simile, complimenti per il coraggio e la determinazione, zio

  3. Alce ha detto:

    Grazie 🙂

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