Roma 2017. La Regina Bagnata

Pubblicata il 7 aprile 2017 nella categoria Racconti, Resoconti

Torno a scrivere dopo tanto tempo, spronata dalla lieta scoperta di avere una manciata di affezionati lettori, talvolta a me sconosciuti, che tra cene del 3T e tapasciate mi hanno più volte rimproverato con: hey Aly ma non scrivi più? Ti leggo sempre!

Ho ancora troppe sensazioni incastrate tra cervello, dita e bocca che non riesco bene a codificare.

Sono stati mesi strani, piene di emozioni forti e in cui ho corso una quantità di k amplificato rispetto ai miei standard. Sono stati k a volte di rabbia, a volte di gioia, molto spesso di rivalsa verso un paio di situazioni scomode..

Ogni sforzo è stato però canalizzato per 2 obbiettivi: la maratona di Roma e le gare di qualifica per europei e mondiali OCR che saranno tra breve.

Arrivo a Roma di sabato poco dopo pranzo e salendo dalla fermata della metro ‘Colosseo’ vengo soffocata da un clima caldo e una caciara di gente che rasenta il sopportabile.

La strada è già parzialmente transennata e presidiata da camionette militari, il ritrovo della gara è proprio al Colosseo e la partenza è poco più avanti ai Fori Imperiali.

Ritrovo dopo anni una città eterna molto sporca e trasandata…

Lascio la valigia nella casa presa in affitto dai miei genitori che mi hanno accompagnato per l’occasione organizzando la trasferta, poco dopo pranziamo in un ottimo ristorantino.

Sono quasi le 16 quando la famiglia Balicco si muove alla difficile e interminabile impresa del ritiro pettorale.

7 fermate di metro, un paio di k a piedi e una coda di un oretta sotto un sole bello caldo.

Finalmente ho il mio pettoarle già chippato.

Raggiungiamo mio cugino , che vive a Roma da oramai 10 anni, per un gelato e oramai si è fatta ora di cena.

Non tocco alcool da una settimana e al locale ci sono alcolici odorosi e vino buono, una vera tortura rinunciare ancora per una 15ina di ore a quei profumi e quei sapori…

Passo una notte serena, svegliandomi di tanto in tanto per controllare il tempo in quanto danno pioggia.

La sveglia alle 6.30 mi fa tirare su la testa come le oche al parco in attesa del cesto del pane e controllo dalla finestra se la splendida vista tra tetti e Colosseo è bagnata o raggiante.

Il cielo è coperto.

Canotta e svolazzini della divisa, qualche caramella di carbo e sali per tamponare il muro e le mie mizuno. Niente più: serve così poco per correre.

Mi avvio alla partenza salutando i miei dove solo gli atleti possono passare, incontro Cespuglio, anche lui è alla sua seconda maratona, anche lui senza antipioggia, come tutti, speranzosi che la regina ci risparmi l’acqua e ci bastoni solo dopo i 30.

Siamo oltre 16.000.

Cammino per un paio di km per raggiungere la mia in griglia.

Al mio fianco due atleti di Latina con cui scambio due chiacchere scrutando il cielo che sul lato sinistro, sopra il Colosseo, è nero come l’ingesso degli inferi.

Pochi minuti prima della partenza sul mio naso si posa una goccia, poi due, tre…pochi istanti e ho il muso bagnato.

Piove.

Il clima è mite e la pioggia è leggera ma fitta e al via le strade sono già zuppe.

I primi km sono complessi: non riesco a impormi un ritmo perché sento le suole slittare, siamo in tanti e come in autostrada in terza corsia si sta troppo attaccati e ci sono pozze enormi grosse anche alcuni metri sopra tombini già saturi, davanti alle quali la gente inchioda e mi trovo a sbattere quasi il naso sulla schiena dell’atleta che ho davanti. Sono k di continue scuse urtando e venendo urtati per evitare buche e pozze. Sono k di cambi di ritmo ad elastico, tra qualche salita e una discesa in cui tengo a bada gambe e entusiasmo. Dopo i primi km ogni persona inizia a prendersi il proprio spazio in questo branco colorato che inizia ad essere finalmente ordinato e regolare. Sparisce però anche il tifo. Siamo soli con un Roma che ci osserva da dietro le finestre fradice in una muta condivisione.

Sono circa al 4 o 5 k quando la pioggia è quasi gradevole, leggera mi bagna delicata, ho preso il mio ritmo, siamo sull’asfalto che non scivola e chiudo gli occhi per un istante.

Mi immergo nel ricordi di questa estate, al trail del Mottarone, faceva molto caldo, quando in un sentiero stretto e morbido sul costone del monte, una estiva pioggia fresca fendeva gli alberi, lieve, posandosi sulla mia pelle e entrando fino alla mia anima scuotendo le mie gambe stanche in una cosa selvaggia fino al traguardo 8 km più in la.

Riemergo dai ricordi. Purtroppo l’ asfalto pieno di buche si alterna a pezzi di san pietrini scivolosi e vorrei, come dice il mio coach, guardare davanti a testa alta e scrutare la quantità di storia che dovrei incontrare lungo questa avventura, ma i san pietrini scivolosi e sconnessi, le buche sull’asfalto e le pozzanghere mi costringono a guardare minuziosamente i miei piedi e il metro di strada successivo.

Mi sento uno struzzo, pochi k più avanti inizio ad accusare un po di tensione al collo.

La pioggia diventa sempre più intesa fino a mollare il colpo attorno al 13-15 k quando le nuvole, lottando con il sole, creano un effetto cappa umida poco gradevole interrotto di tanto in tanto da qualche timido scroscio.

Prendo acqua e bevo ad ogni ristoro, al 15 esimo afferro anche i sali e mi trovo alla mia sinistra il Tevere. Tutti si spostano per vedere la strada che passa al di sotto sul lato sinistro e io, che sono una scimmia curiosa, non resisto e vedo uno dei primi keniani sfrecciare in un lungo rettilineo su cui fiorisce il cartello del 36 esimo.

Mi rimetto in mezzo alla carreggiata chiusa al traffico persa nel mio mondo senza pensieri se non quello di coordinare il moto cinetico della corsa, quando di botto mi sento tirare da un lato per un braccio con violenza.

E’ una ragazza che vedendomi distratta si era accorta che non avevo sentito le sirene di un ambulanza che sparata a tutta volava dietro di noi per recuperare una povera creatura collassata pochi metri prima.

La ringrazio e mi rimmergo nel mio mondo.

Attraversiamo il Tevere su un ponte, corro sempre a testa bassa quando mi trovo tra il 17 esimo e il 18 esimo, quel numero di k che se fossi in una mezza vedrei apparire la Madonna o inizierei a imprecare contro la Madonna e tutta la combiccola santa, vedo apparire delle suore. Una suora, poi due suore, poi un gruppo di suore, mi viene da ridere pensando alla Madonna che appare nella mezza e alle suore adesso che sono in maratona. Queste però sono reali: alzo la testa e davanti a me San Pietro in tutta la sua eleganza massiccia. Piazzata prepotentemente al terreno la cappella Sistina sovrasta il cielo, la superiamo trovandocela sul lato sinistro percorrendo la lunghezza di mezzo colonnato che impassibile ci accompagna all’uscita della piazza.

Ancora san pietrini.

Intorno al 25 esimo un inattesa sorpresa: un crampo. Non ho mai fatto i conti con i crampi in gara.

E’ un cane che mi mordicchia il polpaccio dapprima in modo delicato ma poi la pressione di quella bocca infame aumenta.

Stringo i denti e proseguo. Corro evidentemente storta e zoppa perché dal polpaccio inizia a darmi noia anche il bicipite femorale.

E’ la gamba destra, la mia gamba più debole.

La sinistra se la tira dietro dettando il passo mentre stringo i denti pensando solo di puntare dritta fino al 30 esimo, solo 5k poi mollo un attimo la corsa dopo il ristoro, mi idrato bene e cerco di staccarmi da questa morsa.

Al trentesino raggiungo il ristoro in corsa, afferro acqua sali e un po di frutta e cammino veloce senza fermarmi.

Il dolore alle gamba è diventato un martello pneumatico che batte su tutti i muscoli e le ossa. Passo dopo passo si rilassa e al 31 esimo riprendo un corsa blanda ma costante.

Ho freddo, il cielo è sempre più coperto e nero.

Al 35 esimo inizia piovere davvero forte. Il vento è freddo e rema contro, la pioggia entra negli occhi e inizio a esser così bagnata che la sento picchiare sulle viscere.

Lampi e tuoni si scatenano sopra il cielo di Roma.

Ho già vissuto una situazione simile a Morzine in una OCR, sotto una pioggia dura come aghi a 1600 metri di altezza correndo in un sentiero di raccordo tra due versanti, pioggia che mi lavava dalla faccia in modo brusco il fango accumulato sotto alcuni ostacoli, dandomi la stessa sensazione ruvida di quando da bambina ti puliscono dalla faccia, screpolata dal sole il gelato, con quei tovaglioli aspri che avvolgono il cono.

Le scarpe da corsa su strada non sono però come le scarpe che uso per le OCR, qui l’acqua rimane intrappolata e i miei piedi sono come pesci bloccati in una boccia riempita fino all’orlo. Ogni passo le scarpe schioccano e i calzini hanno fatto delle grinze che mi stanno portando via piccole fette di pelle. Ma i calzini non sono gli unici ad aver fatto plissettatura. Ho sulla clavicola sinistra, la dove di solito poggio il bilanciere a crossfit e la pelle è già bella dura, una abrasione di notevoli dimensioni, me ne accorgo bevendo i sali al 35 esimo quando, uscendo dalla mia bocca sobbalzati dal moto della corsa, si posano pizzicano sulla carne pulsante.

36-37-38… sono passata da mille posti in questa lunga attraversata, Roma che è la città museo a cielo aperto mi sta costringendo sempre a testa bassa per le buche, i san pietrini e per la furia della Regina che ha invocato la pioggia che scende talmente cattiva che perfino Noè ha deciso di non venirmi a prendere.

Siamo dietro i fori, in un punto non ben preciso scorgo il traguardo, ben sapendo che ci faranno fare un giro dell’oca per arrivare al 42,195.

Siamo tra negozi e romani ombrellomuniti che fanno un timido e fradicio tifo.

Al ristoro del 40 esimo mollo ancora un attimo, si trova all’inizio di una lunga galleria anch’essa bagnata con a terra pelli di arancia e banana su cui metto il piede trovando un miracoloso equilibrio dopo un volteggio aggraziato come quello del orso del circo. Oltre tutto la strada è in salita.

Riprendo a correre poco prima del 41 esimo. Tolgo le cuffie che mi hanno isolato fino ad allora, sento fortissimo il rumore della pioggia sulla strada, sento il rumore delle gocce che cadono sulla mia pelle come se avessi i sensi alterati e spinti al massimo. ll cartello dei 42 lo perdo, o non c’è, ma piove sempre fortissimo e ho la vista appannata, il traguardo però lo vedo.

Stringo i denti, libero i pochi cavalli rimasti e do uno scossone alle gambe tagliando il traguardo e guadagnando un paio di posizioni.

I miei mi acclamano da dietro le transenne. Dovrò fare 2 gelidi e sempre più zuppi km prima di uscire dalla gabbia di sicurezza in cui hanno sigillato noi atleti.

Ho migliorato il tempo della mia prima a Parigi di ben 9 secondi.

Adesso voglio una doccia bollente e una birra.

Enjoy.

A.

 

Un Pensiero su “Roma 2017. La Regina Bagnata

  1. Daniele ha detto:

    Brava Alice, grazie, mi hai ricordato la mia dell anno scorso, quella salita in galleria ultima fatica e poi giù verso i fori in leggera discesa da via Nazionale…….il momento più bello, poco prima di tagliare il traguardo, quando sai di aver fatto quarantaduevirgolacentonovantacinquechilometri!!!…..puoi fare molto meglio crampi e pioggia permettendo, comunque grande grinta!

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