Iceland 2017 Spartan Ultra World Championship

Pubblicata il 14 Gennaio 2018 nella categoria Racconti

Mancano una manciata di minuti a mezzogiorno, dal passamontagna percepisco il freddo pungente che mi sfiora le palpebre.

Sono stati mesi di sacrifici e sveglie all’alba per arrivare qui, alla linea di partenza su una strada asfaltata a lato del campo sportivo di Hveragerði, a circa un ora dalla capitale Reykjavik, Islanda.

E’ il 16 dicembre 2017, il sole è sorto da poco e tramonterà già tra una manciata di ore.

La pettorina rosa che indosso ha il numero 59 e il colore indica che sto gareggiando nella categoria ‘Elite’ cioè sono una atleta competitiva e non posso ne dare ne ricevere aiuti e le penalità (i burpees) sono filmati uno ad uno e riconteggiati nei giorni successivi.

Saltello e respiro, ci si da una pacca sulla spalla con i vicini e ci si augura buona fortuna.

Sto partendo per una 24 ore ad ostacoli, il mondiale di Ultra Spartan race.

I miei genitori a fianco del gonfiabile sono con il fiato sospeso.

Aroooooo!!

I primi 5k sono il giro del paese, un 5k di asfalto senza ostacoli tranquilli che chiudo in 34 minuti facendo anche uno scivolone su una lastra di ghiaccio atterrando di ginocchio sull’asfalto ruvidissimo (credo che sia così ruvido per fare più grip sulle ruote dei veicoli dato il clima) che mi buca i pantaloni e da cui scorgo subito colare sangue. Zoppico qualche decina di metri e riparto. Il freddo congela il dolore.

Ci sono circa -8 gradi.

Abbandoniamo la strada asfaltata e ci addentriamo nella zona geotermica che caratterizza il paesino di Hveragerði dove ci sono tantissimi geyser da cui esce un denso fumo caldo e sulfureo, il terreno inizia a essere incorribile. C’è una tubatura orizzontale che canalizza il vapore bollente di alcune sorgenti che scavalco con un salto buttandomi a balena, inizia una salita di terra sabbiosa e sdrucciolevole dove procedo  aiutandomi con le mani, una serie di sali e scendi ci portano vicino a un paio di ostacoli che saranno chiusi il primo giro. Sono un twister (multirig con una serie di maniglie a spirale che ruotano come un cavatappi) e un monkey bar con tubi di diverse altezze.

Un lungo rettilineo di terra battuta mi permette di riprendere la corsa fino a un pezzo asfaltato che gira subito in uno sterrato ghiacciato e scivolosissimo. Scorgo una bandiera nera ( che indica la presenza di un ostacolo): Atlas, uno dei miei ostacoli preferiti, è un trasporto di un atlas appunto ( una palla di pietra varia dai 30 a 70kg… in genere in gara per le donne è sui 30kg) la si deve sollevare e portare in braccio rigorosamente tenendola tra la pancia e la cinta (non la puoi caricare in spalla) fino a una bandiera ( sono un 40 metri circa), posarla, fare 5 bupress e riportarla al punto di partenza nello stesso modo.

La parte più ostica è sollevarla, specialmente quando la superficie è fredda,  ghiacciata e piena di sassi come in questo caso. Bisogna infilare bene le mani sotto senza guanti e staccarla con la forza dei bicipiti femorali facendo ben leva sui talloni se no ti spezza la schiena. Oggi essendo una distanza da ultra il peso è ovviamente maggiore.

Mollo la palla e riparto a corricchiare, molto piano, molto cauta. Dopo i primi metri in cui abbiamo tutti fatto delle acrobazie a limite dell’incredibile prendendoci al volo a vicenda mettendo i piedi in lastre di ghiaccio sotto il prato o mimetizzate con lo sterrato abbiamo ben capito come funziona: ogni circa 10 metri il terreno può cambiare e ti puoi trovare sotto i tacchetti sassi, muschio, erba gelata, fango… il tutto arricchito da uno strato di ghiaccio più o meno scivoloso e più o meno visibile e imprevedibile .Il terreno è prevalentemente  un ammasso di roba vomitata a caso dai vulcani e erosa dal vento che crea degli avvallamenti di svariate dimensioni irregolari, è come se fossero scogli ma lisci e scivolosi.

Salto un muretto e passo in mezzo a un sentiero stretto con qualche albero, scorgo una piana con delle grosse serre che ospitano piante di ogni genere, ce ne sono anche di tropicali, avevo letto che qui con il riscaldamento dei geyser producono anche le banane!

Mi trovo davanti un bender, è una sorta di vela/scala. Sono delle barre che partono circa da 2 metri salendo inclinate. Bisogna appendersi, o arpionarsi a pollo con le gambe per salirle, muoversi sulle barre verticali inclinate verso di te per poi scavalcare e scendere. L’ostacolo è bagnato perché una leggera pioggerella scende da qualche minuto, in alternativa posso fare un filo spinato che a dispendio energetico è molto inferiore però ti bagni perché c’è fango sotto.

Passo sotto il filo e mi dirigo al vertical cargo, una retona tipo quelle degli aerei da trasporto, fatta da nastri larghi 5cm circa e piatti, montata solitamente fra 2 alberi. Qui in Islanda ci pochissimi alberi e i pochi o sono bassi o sottili, la rete è montata su una cornice metallica che però non tiene la rete tesa. E’ un ostacolo facile ma è faticoso e se soffri di vertigini sei fritto perché sali dai 4 ai 5 metri e una volta in cima devi scenderla ma dall’altra parte, il che significa che ti devi sdraiare e girare nel punto più alto per poi agganciarti, rimettere i piedi nella rete e scendere. Sotto hai la terra che in questo caso è gelata e se molli la presa con le braccia stanche hai svariate possibilità di far visita al reparto gessi.

Ancora un pezzo di simil bosco che si apre su un altro trasporto,

2 grossi pezzi di ghiaccio con una maniglia da spostare qualche decina di metri. Sono fatti lasciando ghiacciare l’acqua nei secchi con sopra una maniglia che si incastona nel ghiaccio. Sono dei grossi ghiaccioloni trasparenti! Non sono pesanti e l’idea è divertente. Da qui mollati i ghiaccioloni la strada sale, sale fortunatamente tra i pochi alberi che ci sono. Sale sempre più verticale su uno sterrato gelato, siamo tutti in fila, ci attacchiamo agli alberi o procediamo a gattoni,  a turni si scivola e qualcuno ti prende al volo prima che ti trovi ancora all’inizio della strada prendendo in pieno quelli dietro trascinandoli con te.Non possiamo ricevere e dare aiuto sugli ostacoli noi con la maglia rosa ( gli altri hanno la maglia nera), ma prestare soccorso è obbligatorio così possiamo allungare una mano all’atleta che sta scivolando pericolosamente.

Gli alberi di botto spariscono come se fosse stata tirata una linea, il terreno diventa una sassolata scura e friabile che si inerpica su una piccola montagna. Si va a 4 zampe, sempre in fila, sempre attenti a quello davanti a te dove mette i piedi, a dove scivola, man mano il terreno diventa più compatto e duro, mi trovo man mano su una parete di roccia a cui mancano pochi gradi per essere verticale con rari appigli in cui saliamo a braccia.

‘Non guardare mai dietro’

Sono appesa con i tacchetti delle scarpe su una sottile increspatura tra la roccia e mi tengono le dita, procedo metodica e con molta pazienza, guardo la cima, tengo controllato quello sopra di me e valuto in sicurezza i vari appigli.

Saranno una centinaia di metri, piove e inizia a tirare vento.

In cima si passa una sorta di bocchetta dove la pendenza diminuisce e abbondano rocce stabili che mi permettono di tornare da appesa a gattoni e poi quasi eretta. La cresta è uno spazio largo e immenso ma incorribile perché c’è solo pietra e sassi ghiacciati e sconnessi, è una grossa piana irregolare e non ha punti esposti.

Il vento è sempre più forte, dopo un altra piccola salita siamo sul punto più alto. La pioggia sono lame ghiacciate che mi pungono ai lati degli occhi (unico punto esposto del mio corpo avvolto in strati caldi e antivento), man mano che si avanza il vento si fa sempre più cattivo e inizia a essere complicato stare in piedi. Alcune ragazze,sempre belle piazzate ma quel pelo più basse di me rendendole qualche chilo più leggere , rotolano a terra. Cerchiamo di farci scudo l’un l’altro con i cappucci serrati sulla testa mentre gli occhi lacrimano come sotto un pianto disperato.

Fortuna che non ci sono pezzi esposti, fortuna che il vento così forte si è alzato ora e non prima mentre scalavo la parte, però fa male lo stesso, si avanza piano lottando per non cadere spinti dal vento, su una lastra di terreno ghiacciato.

Qui su capisco come mai non ci sono molti alberi se non in zone che evidentemente sono protette dalla roccia della montagna. L’Islanda è famosa per il sui vento che spazza via ogni cosa e per la natura che si presenta tanto bella quanto violenta in tutta la sua potenza.

Iniziamo a scendere, dato il ghiaccio e la friabilità della discesa, dove riesco scendo di culo, i sassi tra le chiappe, i pantaloni stracciati, il fango, i lividi che iniziano a comparire sono tutti danni secondari, bisogna andare avanti.

Spesso nei tratti in discesa il vento ti soffia dietro e è meglio stare bassi se non a gattoni perché con il terreno gelato è un attimo prendere una velocità che non puoi controllare e molti pezzi in discesa sono come piccoli strapiombi in cui ti devi calare attacandoti a quello che trovi e che tiene.

Finalmente ai piedi della montagna un sentiero gelato ci accompagna verso gli altri ostacoli. Cado e cado più volte tra le risate di tutti perché ci si alterna con il culo a terra e a volte uno sopra l’altro, allora cerchi di rialzarti e ti viene offerta una mano ma si riscivola insieme battendo il culo o la schiena a terra. Finalmente prato, ancora qualche metro, devo attraversare una strada a gattoni perché è la perfetta imitazione di una pista di pattinaggio e poi al di la c’è il prato che scrocchia freddo sotto le mie scarpe, che si alterna a fango colloso in cui sprofonda la scarpa ma non ci sono vie migliori, a lato c’è troppo ghiaccio. Il fango è freddo e ti bagna ma almeno è stabile.

Qualche piccolo rigagnolo in qui entro da animale,ho delle calze impermeabili che anche quando l’acqua ti entra da sopra il piede rimane a temperatura corporea..un ottimo acquisto che ho triplicato nelle diverse gare sulla neve ad ostacoli.

Aprendosi il paesaggio scorgo una fila di ostacoli:

affronto la tirolese appesa con le braccia forti spostandomi appesa fino alla campana che annuncia l’ostacolo riuscito, il giudice mi fa un buco sul ‘patentino dei burpees’ che porto attaccato allo zaino.Ad ostacolo fallito niente buco e a fine di ogni giro si scontano i burpees.

La corda da salire è improponibile con il vento che ti sbatte a terra e la pioggia che la rende scivolosa e mi tocca un trasporto di un secchio che tira gli avambracci perché come l’atlas va portato ad altezza cinta. Inutile pensare che pesi meno di un 20 kg anche se il mio è quello rossa delle donne.

Mi dirigo verso l’olympus che fradicio è infattibile per noi donne che usiamo i piedi per non attraversarlo di braccia… niente buco sul patentino: questi sono 30 burpees purtroppo.

Proseguo sempre sotto la pioggia e con il vento, la strada è sterrata e in un lieve falsopiano, mi sto avviando verso l’ennesimo trasporto, il sand bag carry o meglio chiamato ‘il pancake’ perché è un cuscino tondo e piatto pieno di sabbia, duro che non riesci a posizionarlo in modo comodo da nessuna parte.

Le sorprese oggi sono 2: la prima che è 40 libbre e non 30 come al solito ( per uomo 60 invece che 50) e la seconda è che la sabbia dentro è ghiacciata quindi stando tutti ammassati in una cesta nell’attesa di essere presi e portati si sono congelati in forme assurde e poco funzionali.

Come ogni trasporto è un anello con una bella salita e una bella discesa. Saranno poco più di 600 metri su un prato che racchiude buche, ghiaccio e insidie. E’ scomodo più che pesante ma in ogni caso il peso grava su schiena,collo, gambe dorsali lombari a ogni passo.

Mi libero del fardello e riparto corricchiando leggera, ma una bella lastra scivolosa mi ricorda che qui la corsa non si può tenere. Non ho i ramponi o altri supporti da neve e ghiaccio perchè da regolamento sono vietati per 2 semplici ragioni:

rovinerebbero gli ostacoli e sono pericolosi sugli ostacoli per chi ti sta accanto.

Torniamo al punto del vertical cargo, delle serre e del bender che hanno una via di andata e una di ritorno a cui si aggiunge un A-frame, che è come il vertical cargo ma più grande, alto e a forma di piramide, sempre fatto di rete non proprio tesa, meno faticoso ma più lungo.

Il vento e la pioggia non accennano a mollare un attimo, sono tutta bagnata oramai..

Un altro trasporto, un secchio stavolta. Pesa, le braccia fanno male e a ogni passo il fondo batte sulle gambe. Amo i trasporti perché sono ostacoli resilienti e quando li finisci ti senti leggero e correre è facile.

Dopo il secchio trovo un Lattice wall, un muretto fatto di assi di segno da superare, è facile ma il vento fa di tutto per farti cadere, le assi di legno sono bagnate e ghiacciate ma le mani tengono bene e lo passo.

Ci stiamo avviando verso la fine del primo giro, ci rinfiliamo nella parte sulfurea e geotermica, il vento ti avvolge di denso fumo che sa di alito di diavolo, così denso che quando ti avvolge non vedi nulla. I km che seguono li chiamerò la ‘landa desolata’ 2-3 km senza ostacoli in un paesaggio fatto di ‘dune’ vulcaniche ricoperte da muschio o prato privo di alberi. Con parecchi rigagnoli da attraversare ma tiepidi perchè scaldati dai geyser sottostanti, il paesaggio è fatto anche di fango e desolazione. Mi sembra uno spazio interminabile e nel mentre il sole è già iniziato a scendere ma il vento, anche se non più così aggressivo da farti cadere, non molla e continua a sbatterti in faccia la pioggia gelata.

Sorgo sotto all’orizzonte la base vita che è da dove sono partita, un campo da calcio indoor e caldo dove ci sono in miei genitori in attesa di farmi assistenza a ogni termine di giro.

Ma le balise mi mandano molto più in la verso il lancio del giavellotto.

Faccio schifo al giavellotto, non lo centro mai, e la problematica più grande è dovuta alla mia spalla destra che tende a uscire dalla sede e bloccarmi il braccio vicino all’orecchio tra dolore e esclamazioni di assonanza religiosa. Mi succedeva anche al parco giochi da bambina, 4 anni fa in gara mi sono trovata con il braccio bloccato sotto un muro e come se fosse la cosa più naturale del mondo, con un gesto risoluto e spontaneo, l’ho rimesso apposto con una visione nitida di aver già fatto molte volte questo gesto al parco giochi in cui ero solita giocare dai 4 anni in poi.

Provo a prendere la mira, il bersaglio è un grosso manichino con l’elmo e la pancia di gommapiuma, il vento ne ha persino ribaltato uno. Rido a vedere che sotto la mia scarsa forza di lancio il giavellotto se ne va con Eolo che soffia,soffia e soffia da ore!

Niente buco sul patentino…burpees… e siamo a 60 cazzo.

Poco più in la una bandiera nera mi annuncia un ennesimo pancake da 40 libbre, qui però la temperatura è più mite e non sono ghiacciati. Il tratto non ha molta pendenza, è solo più lungo, me ne libero e una strada mi conduce verso la base vita facendomi passare da dietro.

Riprendo l’asfalto e subito scivolo.

Auto parcheggiate, persone che incitano, una slitta, la ‘palte drag’, è una slittina con dei pesi e una corda da tirare verso di te e rimettere a proprio posto. Facile, a parte il volo che faccio mettendo il piede sul ghiaccio tirandola verso di me… faccio un tonfo tale che la ragazza al mio fianco in seria difficoltà per il peso da tirare si ferma e il giudice impallidisce. Tutto apposto sto bene. Lo zainetto mi evita la testa in frantumi.

Passo all’ercules, una carrucola di circa 6 metri con un peso da tirare su e poi far discendere.

Arrivo saltellando tutta felice, io amo l’ercules!

Quelli rossi sono quelli delle femmine, che sono un pelo più leggeri. Prendo la corda e vedo che anche con i guanti ho grip, tiro e nulla, nn si smuove. Penso che sia magari ghiacciato a terra e ne provo un altro… nulla.

Prendo la rincorsa, mi appendo in salto con i miei 63kg corporei più zaino e abbigliamento a multistrato da uomo delle nevi e nulla… non si spota!!!

Ok questi sono ben oltre i 70 kg…. E sono altri 30 burpees!

Io non ho mai fallito un ercules in vita mia. A tirare, trasportare e spingere ho la forza di una macchina agricola. Sono sconcertata.

Passo sconsolata il castello detto anche ‘il ponte’ che sono assi da salire, assi da attraversare e assi da scendere. Un ostacolo facile,solo molto alto.

Un grosso cartello mi invita a entrare nella ‘burpess area’ dove noi Elite scontiamo tutti i burpess accumulati in gara negli ostacoli falliti in una sola volta alla fine di ogni giro. Un simpatico giudice mi controlla il patentino, segna su una lavagna il mio numero di pettorale, il numero di burpees che devo scontare e lo mostra alla telecamera che ci filma uno per uno…

Piove, il punto dei burpees è cintato e è una grossa e fredda pozzanghera di asfalto sgretolato. Ogni burpees è una spanciata in 5 cm di acqua e in certi casi una scorpacciata di acqua con pezzi di asfalto che talvolta sputo talvolta mangio diligentemente spinti in gola dal vento.

Fallisco il ring successivo con le braccia distrutte dai 90 burpees, io che amo penzolare sugli anelli e ho una presa ottima mi dirotto al filo spinato e entro nella base vita tremando fradicia, superando l’ennesimo muretto, ci sono i miei pronti ad aiutarmi a levarmi i vestiti e avvolgermi in una giacca calda mentre con labbra bianche e incarnato grigio chiedo una tazza di te bollente. Ho fatto 17 km circa, i prossimi giri non hanno i 5k iniziali ma si parte subito su sterrato, nella natura ostile per una distanza di oltre 11 km e 600 meri di dislivello positivo.

Ci impiego un ora a rientrare in temperatura e smettere di tremare in modo convulso, mi rivesto con uno dei miei cambi puliti, passo a prendere il nuovo patentino e a depositare quello del giro prevedente e riparto.

Sono circa le 5 del pomeriggio e è buio pesto da un po. Il veno è sparito e la pioggia si è vestita di fiocchi morbidi.

Nevica.

Un nuovo ostacolo si materializza appena fuori dalla base vita, effettivamente il primo giro con i 5k saggi per farci scaldare il motore e distanziarci per non farci trovare in fila agli ostacoli, non passava di qui. E’ un copertone di tir, ne avevo sentito parlare spesso da amici che sono andai oltre oceano a gareggiare, qui gli ostacoli sono quelli made in USA e i copertoni di tir sono pieni e mooolto più pesanti dei nostri.

Si narra che anche gli atleti più forti in alcune gare nella prova del ‘tire flip’ (ribaltare la ruota) falliscano miseramente.

Qui sono però da da tirare e non sono quelli giganti, vedo però ragazzi in difficoltà sotto il peso e il terreno sassoso e scomposto che incastra la ruota. Il giudice mi annuncia che non ci sono differenti pesi, sono tutti uguali anche per le femmine. Pesa davvero tanto e la pioggia l’ha riempito di acqua, ma passo la prova, ancora incazzata per l’ercules, a sta ruota l’ho fatta vedere io come funziona!

Il giro riprende uguale con il tubo da superare a balena, la vetta con la parete sta volta senza vento ma baciati dalla soffice neve, i 2 ostacoli stavolta aperti che sono però bagnati e ghiacciati e cazzo sono 60 burpees secchi…

La cosa che mi sorprende è come il terreno sia cambiato.

Sembra di correre un altra gara, c’è ancora più ghiaccio, i pochi tratti corricchiabili sono diventati impossibili e faccio molti più capitomboli del giro precedente e il buio (che mi accompagnerà fino al termine della gara perché prima delle 10 del mattina seguente il sole nn accennerà a salire) rallenta ancora di più il passo. La neve è brava a nascondere il terreno e copre subito le tracce di chi è passato poco prima.

Ore di cammino, ore di silenzio, ostacoli, ore di chiacchere con gente che è venuta da tutto il mondo e ci si fa compagnia in queste 24 ore che procedono sempre diverse, sempre più massacranti e sempre più belle.

Il secondo giro sconto in una volta la bellezza di 180 burpees entrando alla base vita che manca poco alle 10 di sera.

La neve si è alternata alla pioggia e poi al vento e sono ancora bagnata fradicia.

Mi ricambio, mangio qualcosa, chiacchero con i miei e gli altri atleti che sono anche loro alla base vita .Scopro che già oltre 100 atleti si sono ritirati. I miei sono riusciti a asciugarmi le scarpe e i vestiti scovando un bocchettone del riscaldamento. Mio padre è alto come il bocchettone e ha asciugato i vestiti di tantissimi atleti che in fila chiedevano soccorso. La base vita è un cicaleccio di biscotti, scambio di cerotti, chiacchere e risate di atleti in mutande e assistenti assonnati.

Nuovo patentino, nuovo giro.

Buio e sempre stato ma orami è notte davvero.

Dopo mezzanotte i burpees diventano 15 e non più 30.

Non piove più, non nevica più e il vento ha portato via le nuvole e ci sono tantissime stelle. Nei punti più critici sono comparsi dei giudici a monitorare gli atleti e delle corde per facilitare la salita o discesa in punti che hanno franato. La temperatura è poco sopra lo zero e ci sono punti ghiacciati e punti ricchi di melma fangosa sciolta.

Il percorso appare ancora una volta diverso, ho indosso una giacca da sci e ho caldo!

Le braccia mi fanno male, il ginocchio era una bolla di sangue colante, le dita iniziano a mandare segnali di dolore ma si va.. si continua tra discorsi di diverse gare, impressioni sugli ostacoli e sul terreno, pacche sulle spalle. Si procede scherzando a tratti e a tratti in silenzio, i compagni di viaggio cambiano, ogni atleta ha il suo passo.

Approfitto dei piccoli pezzi di bosco per fare le varie pipì e guardo le stelle.

Sono le 2 di notte, sono dopo la piana tra l’olympus e il sand bag carry sto per rimettermi in spalla quel fottuto pancake quando all’orizzonte nel cielo appare una forma velata. Strano, non ci sono più nuvole.

Mi fermo perchè il naso verso il cielo è incompatibile con il ghiaccio per terra.

La strana forma si muove, ne arriva un altra poco distante, sono strisce verticali in movimento che man mano diventano più nitide e verdi:

L’aurora boreale!!!!!

Mi raggiunge il ragazzo dietro di me, lo prendo per un braccio prima che scivoli e gli indico il cielo.

Mi ringrazia entusiasta e iniziamo a gridare :

‘Oh sole dacci la forza che abbiamo il pancake e ne abbiamo bisogno!’

L’aurora boreale è collegata al vento solare, alle esplosioni solari e al campo magnetico che generano. L’aurora boreale è la potenza del sole. E noi di potenza e forza ora, alle 2 di notte dopo 14ore di gara, ne abbiamo bisogno!

 

E’ un manto verde in movimento, è un animale che ti osserva correndo basso tra i rami di un bosco, è un serpente che si muove sinuoso sulla sabbia.

Sono degli amanti che si abbracciano e separano, è un fiore che sboccia mosso dal vento.

 

E’ bellissima.

 

Mi accompagna per ben oltre un ora per poi sparire con la stessa eleganza con cui è comparsa.

 

Non mi arrendo a quel maledetto Ercules che non riesco a sollevare. La volta prima l ho alzato di un metro ma la carrucola è alta circa 6 metri. Di fatto il peso deve salire in cima, come lo fai salire è affar tuo. Prendo la corda. Mi giro di schiena e me la butto il spalla tipo un sacco. Faccio un respiro, trattengo il fiato e inizio ad avanzare. Il sacco si alza, un altro passo, un altro ancora. Il terreno però è ghiacciato e i tacchetti del mio terzo paio di scarpe slittano. Pesa tantissimo è più avanzo e più la strada è gelata e non ho grip. Lo sollevo di una metà circa ma non basta…

La base vita è calda, i miei vestiti sono asciutti, mangio del latte condensato, un po di grana, un paio di tazze di te con il miele, faccio 2 conti. Devo fare oltre 30 miglia per essere in classifica, mi manca un giro che devo concludere tra le 9 e le 12. Dopo le 9 di mattina non è più permesso di partire, la linea di partenza chiude per non avere gente sparpagliata sul percorso oltre l’orario di fine gara. Se arrivi dopo le 12 il giro e il chilometraggio è annullato.

Alle 6 di mattina riparto. Stesso rituale: patentino, ruote di tir, tubatura etc etc etc.

Mentre mi avvio verso la tubatura vedo nella strada a fianco partire quelli della gara corta che completeranno solo un giro e tolti un paio di ostacoli iniziali saranno un 10 km per loro. Galvanizzati corrono a tuono fino a quando non entrano nella parte sterrata raggiungendoci e dopo un paio di acrobazie iniziano a seguirci come ombre al nostro passo lento di oltre18 ore di gara.

‘Voi sapere dove mettere i piedi’ ci dice qualcuno. Ci chiedono come sta andando come è stato fino ad ora, se abbiamo visto l’aurora boreale e ci fanno mille complimenti.

All’atlas alcune ragazze non riescono neppure a sollevare la palla, sulla parete un robusto ragazzo si fa prendere dal panico. E’ una decina di meri sopra di me. Lo calmo, gli dico di respirare e afferrare la corda comparsa alla sua sinistra, che non può tornare in dietro e di non guardare assolutamente in basso, che è solo quel pezzo che vede e che gli giuro che alla bocchetta è finito, di stare calmo e concentrarsi sulla vetta che poi da li non ci sono più pezzi così esposti. Si calma e sale, in cima lo raggiungo, gli chiedo se  tutto ok, mi ringrazia e facciamo un pezzetto assieme. E’ americano, è qui con la moglie, ha circa la mia età, è venuto per fare da volontario e visitare l’Islanda. Il giorno prima era alla tirolese quindi mi aveva già vista. Facendo il volontario ti regalano una gara e aveva deciso di sfruttare subito il regalo, ma non si aspettava qualcosa di così estremo.

Sulla cima conosco un ragazzo spagnolo di cui non so ne nome ne fisionomia, abbiamo tutti il passa montagna. E’ simpaticissimo, facciamo circa un paio di ore di gara assieme ridendo tra uno scivolone e l’altro, parlando di gare fatte e da fare, posti visti e delle montagne delle nostre zone.

L’ultimo giro passa allegro, ha ripreso un leggero nevischio che durerà poco per far largo a un cielo sereno.

Passo per l’ultima volta il vertical cargo con le braccia a pezzi pensando che per qualche settimana non ci avrò più a che fare. Le serre sono adesso tutte illuminate e le piante dentro sono enormi.

Anche la landa desolata passa veloce, alla fine dell’ultimo trasporto sono circa le 10 di mattina e spengo finalmente la frontale. Alla burpees zone ci sono i miei genitori che mi aiutano a contare i 90 burpees che mi spettano, ne faccio un 2-3 in più per sicurezza come sempre e taglio il traguardo dopo 22 ore 40 minuti di gara sotto il sole che oramai è alto in un cielo terso e limpido.

Si sono ritirati quasi la metà degli atleti, molti piegati dalle condizioni climatiche e dalla durezza del percorso, altri infortunati sul ghiaccio, i più sfortunati ( un paio) scivolati dalla parete e recuperati in elicottero.

Il mio corpo ha tenuto, sono sveglia da quasi 30 ore, il mio corpo non ha mai ceduto, fa male e è stanco ma non ha mai mollato. La mia testa è sempre stata presente e vigile, il mio cuore rimarrà sulla vetta di quella montagna strapazzato dal vento.

Mi cambio e metto vestiti caldi, asciutti e profumati sul mio corpo avvizzito che aspetterà di arrivare alla capitale in appartamento dopo altre 3 ore per fare una doccia e togliere la fatica, il sudore, un po di fango e i pezzi di asfalto che orami hanno fatto un nido con il sangue dentro la carne del mio ginocchio.

‘Vuoi un altro te bello caldo?’

mi chiede mia madre,

‘te? Ma io voglio una birra adesso!’

Ps: il giorno dopo ho chiesto ai miei, dopo svariati e falliti tentativi, di aiutarmi a schiacciare il tubetto del dentifricio.

 

Enjoy

 

A.

 

 

Allego, oltre le foto, il disegno fumettoso che ha fatto la prima donna classificata (una ragazza canadese) di tutto il percorso gara che è stupendamente reale!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 pensieri su “Iceland 2017 Spartan Ultra World Championship

  1. maurizio sigismondi ha detto:

    complimenti x la tua fantastica avventura….tanta roba!!,
    quando leggo i tuoi “brevi” racconti rimango sempre esterrefatto da come riesci a essere ricca di particolari…
    Io quando corro sia x monti sia x strade la concentrazione prima e la stanchezza poi mi limita molto sul ricordare determinati particolari della gara…Ciao ciao

  2. Gianpaolo ha detto:

    Ciao, racconto bellissimo! Vorrei chiederti qualche info perché vorrei fare anche ok questa gara.
    Grazie

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